di Andrea Gröbner (senior partner) 30/06/2025
La Direttiva (UE) 2026/470 ha modificato profondamente il perimetro delle imprese soggette alla rendicontazione di sostenibilità previsto dalla CSRD e anzitempo recepito in Italia con il D.Lgs. 125/2024.
La normativa italiana aveva inizialmente previsto tra i soggetti obbligati le imprese che superavano, per due esercizi consecutivi, almeno due dei seguenti parametri:
- 250 dipendenti;
- 25 milioni di euro di totale dello stato patrimoniale;
- 50 milioni di euro di ricavi netti.
Ora, le nuove disposizioni europee restringono sensibilmente il campo di applicazione: l’obbligo riguarderà infatti solo più le grandi imprese che superano congiuntamente:
- 1.000 dipendenti medi;
- 450 milioni di euro di ricavi netti annui.
I due requisiti devono essere entrambi presenti. Il totale dello stato patrimoniale non costituisce più un criterio rilevante e le piccole e medie imprese quotate non saranno più automaticamente soggette all’obbligo. Solo 3 imprese ogni 10.000 società di capitali saranno obbligate, per un totale di ca. 1.400 imprese: è una sterzata netta e forse anche esagerata rispetto alle politiche dell’UE.
Così la repentina modifica comporta l’esclusione di numerose imprese che si stavano preparando a redigere la rendicontazione di sostenibilità.
Si consideri però che l’esonero dall’obbligo non elimina tuttavia le richieste di informazioni ESG. Banche, investitori e grandi clienti continueranno a richiedere dati ambientali, sociali e di governance alle imprese finanziate o appartenenti alle rispettive catene di fornitura.
La sostenibilità passa quindi, per molte imprese, da obbligo normativo a elemento di competitività e trasparenza verso il mercato.





